20 marzo 2013

Caterina va in Città

Pellicola dai toni minimali e terribilmente profetica su quello che sarà il futuro della nostra nazione, questo film è forse il fiore all'occhiello della filmografia di Paolo Virzì, autore che da sempre si è mostrato interessato ai suoi personaggi, senza mai dimenticare il "come raccontare" a favore di un "cosa raccontare". In Caterina va in Città lo snodo fondamentale è il connubio tra queste due caratteristiche unite ad un terzo fattore importante, ovvero il "chi raccontare". I personaggi sono l'anima delle pellicole di Virzì e in particolare di questo tragicomico viaggio di una giovane di periferia verso una realtà completamente diversa a quella a cui è stata finora abituata.
Impersona da una giovane ma convincente Alice Teghil, Caterina si mostra subito per la persona semplice e non contaminata quale è, al contrario delle sue compagne di classe già schierate su due fronti sociali e politici ben delineati, messi in mostra all'interno di un'aula scolastica nettamente divisa tanto quanto il nostro parlamento italiano e, in un certo qual modo, il nostro stesso Stivale. Stessa cosa accade all'interno della famiglia della protagonista, dove la separazione netta è di tipo culturale all'interno della quale troviamo una semplice e anche un po' svampita mamma impersonata da una eccezionale Margherita Buy al fianco di un troppo acculturato e forzatamente intellettuale interpretato dal bravissimo Sergio Castellitto, personaggi che sono loro stessi mondi separati e divisi da una psiche che tenta di farsi accettare dalla nuova società metropolitana ma che dall'altra parte ricorda le loro origini e il piccolo paese che hanno abbandonato, unico luogo in cui riescono ad essere veramente loro stessi. Anche Caterina segue un percorso interiore simile attraversando ogni estremismo sociale presente all'interno del film e rinchiudendosi nel suo personalissimo universo offerto dall'ascolto della musica classica, ancora di salvezza all'interno di una società che non la comprende e a cui non interessa comprenderla, ma che vuole solo inglobarla in una delle tante facce costruite a tavolino, apparentemente diverse ma in fondo sempre uguali (lo dimostra l'uscita di scena dei due papà Claudio Amendola e Flavio Bucci, due poli apparentemente opposti ma terribilmente identici). Scritta ancora una volta assieme a Francesco Bruni, la sceneggiatura dello stesso regista si incanala in questo tunnel di dualismi canonici pronti a seguire le loro regole, all'interno dei quali non tutti riescono a rispecchiarsi e a causa dei quali qualcuno non può fare altro che scappare e rifugiarsi nei luoghi che lo hanno accompagnato durante tutta l'infanzia, simbolico ventre materno di una società ben più diversa di quella contemporanea. Le musiche di Carlo Virzì e l'interessante montaggio di Federico Minetti e Cecilia Zanuso enfatizzano la narrazione della storia, aiutati da una fotografia sempre diversa di Arnaldo Catinari, pensata differentemente a seconda del modello sociale che si sta raccontando in quel determinato momento. Una pellicola che anticipa di una decina d'anni ciò che succederà allo spaccato politico italiano con una nitidezza e una capacità descrittiva che pochi film riescono ad avere risultando, grazie alla sua sottile ironia critica e alla sua vena tragicomica con la quale racconta tutto quanto, una delle pellicole italiane contemporanee che meritano di essere riviste più e più volte.


2 commenti:

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