Erano gli inizi del boom contemporaneo del cinefumetto, quel filone di successo che porterà sul grande schermo tutti i più famosi supereroi che siano mai comparsi sulla carta stampata. Anche quelli meno famosi. Per più volte. Anche troppe, in certi casi. Ma all'epoca non si sapeva quale sarebbe stato il destino di questi franchise, e mentre la Fox e la Columbia decisero di affidare i loro tentativi a registi interessanti come Bryan Singer e Sam Raimi, alla Warner si fece economia e si mise il destino di Blade, controverso antieroe marvelliano, nelle mani di Stephen Norrington, tecnico degli effetti speciali e specializzato in make up, ma non propriamente regista. Il primo Blade è infatti un non così disastroso prodotto d'intrattenimento che ha i suoi maggiori pregi nella fotografia dark (anche se piuttosto scolastica) di Theo van de Sande e nel montaggio ritmato e valido di Paul Rubell, il quale riesce a salvare alcuni errori di regia piuttosto grossolani (in alcuni momenti Rubell deve infatti riproporre degli stralci di scena già visti a causa di una mancanza di materiale girato, facendo comunque un buon lavoro e mascherando tale errore di regia agli occhi dello spettatore).
