28 dicembre 2012

Tutto Tutto Niente Niente

Saltato a pié pari il primo e tanto elogiato Qualunquemente, ecco che, forse per un eccessivo senso di masochismo, mi accingo a vedere il nuovo film che mette insieme il regista Giulio Manfredonia e il comico/attore Antonio Albanese. Peccato che Tutto Tutto Niente Niente sia in tutto (tutto) e per tutto (tutto) un bel buco nell'acqua. Probabilmente anche le mie aspettative erano errate, poiché stavo cercando un film di critica (anche lieve) verso la politica e un qualche cosa di leggermente diverso da un cinepanettone italiano di Natale. Peccato che i canoni della comicità goliardica italiana contemporanea vengono rispettati tutti da questo film, comprese alcune sequenze senza senso che si svolgono a caso per fare battute a sfondo (omo)sessuale che poi però non si risolvono e restano lì, nel limbo delle scene senza un finale, mentre il plot scritto dallo stesso Albanese assieme a Piero Guerrera prosegue senza sosta, o meglio, senza ritmo.
Già, perché se i primi venti minuti del film introducono personaggi curiosi e piuttosto ridicoli assieme a battute simpatiche, più o meno volgari, la restante oretta scarsa non fa che ribadire gli stessi concetti anticipati nei primi minuti e a ribattere il martello sempre sugli stessi chiodi che sono, in ordine di utilizzo: escort, fumo, chiesa e corruzione, in un loop continuo che tira avanti la baracca fino ai tanto sospirati titoli di coda. Grande pecca, poi, la triplice interpretazione di Antonio Albanese, che impersona ben tre personaggi esagerati all'esasperazione: lo sdoppiamento del protagonista è una tecnica usata e abusata, ma deve avere una profondità più interessante (ad esempio uno dei tre sarebbe dovuto essere un personaggio di una certa correttezza morale, per intenderci), qui invece Albanese copre tre ruoli differenti nell'esagerazione ma identici nella scrittura. C'è poi l'effetto Hunger Games racchiuso e presentato nel surrealismo delle scenografie di Marco Belluzzi e dei costumi di Roberto Chiocchi; tutto questo sposta il film all'interno di un mondo non reale e decisamente intangibile, fatto che allontana ancora di più dalla pellicola quella velata critica che qualcuno avrebbe potuto cogliere da qualche atteggiamento o da qualche battuta (il sottosegretario di Fabrizio Bentivoglio è l'emblematica rappresentazione di tutto questo). I dialoghi sono piuttosto scarsi e i tempi comici sono lenti e noiosi: si ride, ma il più delle volte a ridere è il fanatico di Albanese e di questi suoi personaggi televisivi che conosce a memoria i tormentoni del comico e ama risentirli fino allo sfinimento. Carine le musiche di Paolo Buonvino, anch'esse usate fino allo sfinimento all'interno del film. Alcune sequenze divertono e non lo si può negare, però il più delle volte ci si concentra su battute già sentite in altri film o addirittura pochi minuti prima dallo stesso personaggio: non ci sono ripetizioni di battute vere e proprie (sarebbe un errore gravissimo), sono le situazioni comiche a venire riproposte, come ho già detto, in un circolo vizioso senza uscita. Se vi piace Albanese guardatevelo, ma se cercate un film italiano di qualità con una piccola critica nei confronti del mondo politico moderno evitate, perché non c'è nulla di quello che state cercando. Trascurabile il cammeo di Paolo Villaggio, che non fa altro che citare l'iconica scena in cui Fantozzi "mancia" di nascosto.


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