19 ottobre 2014

Ten Skies

Ho letto molti commenti in giro, superficiali e banali, su quanto quest'opera cinematografica sia inutile e superflua poiché, a detta degli utenti dei social, non c'è niente di interessante nell'assistere per 101 minuti circa a cieli inquadrati con una telecamera fissa. Non ho mai sentito pregiudizi peggiori di questo: Ten Skies è stato uno dei film più interessanti a cui abbia mai assistito, non tanto per i classici canoni che si ricercano in un film più alla portata di tutti, quanto per una serie di riflessioni alle quali la visione di questi dieci, fantastici cieli mi ha inevitabilmente portato. Ma partiamo da una delle critiche più insensate, giusto per rompere il ghiaccio: alcuni detrattori che non provano neppure ad avvicinarsi a James Benning (peccato) lo accusano di non fare cinema ma fotografie. La differenza però sta sia nel movimento degli oggetti inquadrati (nuvole, aerei imprevisti, fumo) sia nel tempo di fruizione di ogni presunta fotografia (che dovremmo chiamare inquadratura) stabilito dall'autore e non dal fruitore dell'opera: possiamo stare ore ed ore o pochi minuti a contemplare una foto, mentre per ognuna di queste inquadrature Benning ha scelto un determinato lasso di tempo, inviolabile a meno che tu non decida di non guardare più.
Se proprio si vuole criticare qualcosa (il che non sarebbe una critica, ma più una riflessione), ciò che il regista non riesce a fare con quest'opera è riprodurre l'infinità del cielo, ma solo una sua piccola porzione, come a sottolineare la limitatezza dell'essere umano e della riproducibilità tecnica da esso inventata. Tuttavia il limite dell'inquadratura ci pone di fronte ad un utilizzo importante e attivo del nostro cervello, utilizzando la nostra immaginazione non solo per dare forme concrete alle nuvole (come quando lo si faceva da bambini, un fantastico ritorno all'infanzia), ma anche per cercare di dare concretezza ai suoni riprodotti e mai palesati in scena: mentre le immagini scorrono odiamo anche i rumori di fondo (clacson, aerei, auto che si accendono, fuochi artificiali) che, se da un lato ci rattristano per come sporcano e inquinano un panorama visivo e uditivo così pacifico e pacificante, dall'altro ci ricordano che anche questa, al giorno d'oggi, è la natura, e Benning non ripulisce il sonoro proprio per non corrompere nulla di tutto questo, per stare al suo posto di osservatore inerme dall'inizio alla fine, limitando il filtro autoriale al minimo indispensabile. Le scelte di Benning, infatti, sono molto poche: tempo di fruizione di ogni scena, inquadrature e, in ultimo, stacchi a nero: questi ultimi, oltre a ricordarci la tecnicità e la non realtà di ciò che stiamo ammirando, pongono il film in una condizione di familiarità con lo spettatore, offrendo un prodotto ai limiti dell'amatoriale. Così come ammirare il cielo è qualcosa di familiare, anche inquadrarli lo diventa, grazie alla totale assenza di tecnicismi e virtuosismi che allontanerebbero e mistificherebbero inutilmente e negativamente quest'opera. Le inquadrature, inoltre, sempre dal basso, ci danno ancor più il senso di impotenza e limitatezza dell'uomo nei confronti della natura inquadrata, bellissima, infinita in sé ma impossibile da rendere tale con la mera riproducibilità tecnica del cinema, ma che può essere dedotta e ricostruita: Benning infatti, non inquadra solo dieci cieli, ma infiniti cieli che mutano un secondo dopo l'altro di fronte a i nostri occhi, trasformando l'opera da mera raccolta di momenti che scorrono in un'infinita raccolta di momenti altrimenti irripetibili. È la natura che muta di fronte ai nostri occhi, regalandoci nuovamente il senso del tempo che passa e che cambia le cose un secondo dopo l'altro, rammentandoci che niente può essere replicato due volte, nella realtà. Pensando alle singole inquadrature ci si può concentrare sugli infiniti cambiamenti a cui assistiamo, ma se ci focalizziamo sul film completo si può riflettere anche sui mutamenti improvvisi e inaspettati dinnanzi ai quali il regista ci pone. Catturare la natura nella sua totale immensità è pressoché impossibile, ma forse Benning è quello che ci è andato più vicino, pur rimanendo costantemente al suo posto e senza mai provare a superare i limiti dell'uomo, racchiuso com'è nella possibilità di ammirare dal basso e di rimanere estasiasti e affascinati dalla meraviglia di tutto quanto. Per quanto possa sembrare un film passivo a priori, quest'opera rende inevitabilmente lo spettatore parte attiva della fruizione, liberandolo per l'intera durata dall'involucro di preconcetti e riportandolo in grembo alla natura, facendogli anche (ri)scoprire la natura di se stesso, o parte di essa. Ma prima di affrontare questa visione sappiate bene che, semplicisticamente parlando, il film è un'ora e quaranta minuti di cieli inquadrati un dietro l'altro, per fortuna però in Ten Skies c'è tutto questo e molto di più.

2 commenti:

  1. Credo che spesso si dimentichi che Cinema è Arte, e l'arte è personale e soggettiva. Bel post!

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