1 aprile 2013

La Spina del Diavolo

Guardando questo film è impossibile non pensare a Il Sesto Senso e alle piccole affinità che legano queste due pellicole, anche se poi in sostanza sono due lavori completamente diversi. Se Shyamalan si concentra sui personaggi e sulla suspense che si crea nel nascondere la verità fino all'ultimo momento, Guillermo Del Toro opera verso un'altra direzione, differente ma allo stesso modo interessante perché non si avvale della sorpresa finale, ma porta lo spettatore verso una lenta e riflessiva scoperta della verità e verso una altrettanto calma analisi dei protagonisti e di ogni singolo personaggio presente all'interno della storia. La spina del diavolo è ambientato durante la guerra civile spagnola, un terribile evento storico che non funge solo da cornice ma che enfatizza nel migliore dei modi l'elemento etereo dei fantasmi, quello sentimentale della vendetta e quello concreto della devastazione che ogni guerra porta con sé, dove da sempre le prime vittime sono i bambini innocenti privati dei genitori (per una ragione o per un'altra) e costretti ad anni di precaria istruzione e pessimo stile di vita nella speranza di riuscire a raccontare ai loro nipoti quello che hanno vissuto.
Ed è triste notare poi che nei periodi di conflitto, soprattutto se interno ad un paese e non tra due nazioni, approfittatori e sciacalli fanno il bello e il cattivo tempo a causa di uno stato privo di una vera e propria legge capace di tutelare i più deboli e di portare alla luce eventi tragici come la morte di un bambino (giustificata dalla guerra). La regia di Del Toro affiancata alla fotografia del suo stretto collaboratore Guillermo Navarro e dal montaggio di Luis de la Madrid riesce ad accentuare toni oscuri e momenti di tensione mentre il pubblico cerca di collegare i puntini messi qui e là dagli sceneggiatori David Muñoz, Antonio Trashorras e lo stesso Del Toro, che affrontano la trama incentrandosi sulle problematiche di ogni personaggio, dall'improvviso abbandono del protagonista Fernando Tielve ai problemi personali di Federico Luppi, fino ad arrivare ai bisogni fisici di Marisa Parades e alla falsità del cattivo Eduardo Noriega; ognuno di essi ha una storia da raccontare e ognuna di queste storie si basa su problematiche psicologiche attuali o passate tali da rendere un uomo ciò che è ora. Ma queste sono solo riletture postume di un racconto che in primis ha la capacità di appassionare grazie alla forte messa in scena ambientata nella già citata guerra civile spagnola, uno degli eventi più tragici della storia contemporanea vista con gli occhi di un gruppo di bambini sempre al centro dell'attenzione dell'autore e sempre pronti ad apprendere a scuola ciò che possono per poter sopravvivere in un mondo crudo e ostile come quello moderno (l'unica lezione messa in scena avrà involontariamente come tema la loro tattica per sopravvivere al premeditato massacro finale). Ultima nota di merito alle musiche di Javier Navarrete, che propongono temi non molto originali ma in perfetta sintonia con la storia e sempre pronti a rendere ancora più importanti gli snodi principali di una sceneggiatura minuziosamente curata e resa sullo schermo nel migliore dei modi dalla sapiente tecnica organizzativa di un Del Toro che confeziona uno dei suoi più appassionati ed emozionanti lavori. Un racconto che vi farà certamente riflettere e che non può assolutamente mancare nella vostra collezione, soprattutto se amate il genere.


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