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14 marzo 2015

Foxcatcher - Una Storia Americana

Per la terza volta nella sua carriera Bennett Miller torna al cinema biografico per raccontare parabole americane che rappresentano gli Stati Uniti e il loro lento ma inesorabile decadimento culturale e sociale. Mark Schultz, John Du Pont e Dave Schultz diventano quindi metafore rappresentative di speranze perdute, sogni infranti, desideri inarrivabili e mal riposta voglia di dimostrare di essere qualcuno che in realtà non si è. Così fa il personaggio di Channing Tatum, Mark, ma anche quello di Steve Carell, John, i quali percorrono due binari incidenti, che si incontrano per un attimo e che poi si allontanano l'uno dall'altro, prendendo strade totalmente opposte. In mezzo a loro c'è Dave, ovvero Mark Ruffalo, fratello di Mark, nonché suo mentore e punto di riferimento nella vita, senza il quale Mark prova a vivere, ma inutilmente poiché, tornando al discorso di prima, non si può essere quello che non si è. Ma i fratelli Schultz sono solo un tassello in questa contorta storia dell'America, della quale il vero protagonista e senza dubbio il filantropo Du Pont, ossessivamente influenzato da una figura materna che cerca disperatamente di allontanare da sé, proprio come Mark fa con il fratello. e sempre desideroso di voler dimostrare di essere indipendente da lei, proprio come Mark con Dave.

26 febbraio 2015

Reality

C'è e ci sarà sempre chi continuerà a sostenere che Gomorra è meglio, che Matteo Garrone con il suo precedente film ha raccontato di più e in maniera più perfetta uno spaccato di vita contemporanea e bla bla bla. Con Reality il regista torna nuovamente nei luoghi partenopei per parlare questa volta di una storia apparentemente meno scandalosa ma, se possibile, addirittura più universale di quella raccontata nel suo film precedente: è la storia di Luciano, pescivendolo come tanti, che prova ad entrare al Grande Fratello, facendo un provino quasi per gioco, il quale però cambierà radicalmente la sua vita, trascinandolo in un lento degrado da cui i parenti tenteranno di farlo uscire. Come con Gomorra, anche questa volta Garrone porta in scena un problema tutto contemporaneo, sociale e del quale tutti fingiamo di ignorare l'esistenza, ovvero la sindrome da GF, come la chiama Maria, la moglie di Luciano, prendendo in prestito le parole del medico che gliel'ha diagnosticata. In parole semplici: l'esserci, il partecipare (in questo caso al GF, ma più in generale ad ogni cosa che c'entri con una telecamera) diventa non solo importante, come ci ricorda il famoso motto, ma addirittura essenziale.

12 febbraio 2015

Birdman o (L'imprevedibile Virtù dell'Ignoranza)

C'è un attore, Riggan, che vuole dimostrare di essere tale imbastendo uno spettacolo a Broadway, ma nella testa ha questa vocina (o vociona, che dir si voglia) che continua ad evidenziare quanto la sua vita dipenda dai grandi successi commerciali di un tempo. Riggan, nei lontani anni '90, indossava infatti il costume di Birdman, supereroe protagonista di una saga cinematografica commerciale della quale ancora oggi si porta dietro gli strascichi: il suo alter ego è ciò con cui ogni giorno deve scontrarsi in camerino mentre tutto il resto del mondo è fuori a ricordargli quanto sia inutile e superflua la sua esistenza e quanto poco abbia realmente combinato nel mondo. Satira splendente sulla situazione odierna dei cinefumetti, del cinema e degli attori, Birdman è un apparente unico piano sequenza che racconta la storia di questo attore frustrato che deve farsi riconoscere a livello artistico, discutendo con i fantasmi del suo passato, interiori ed esteriori. C'è tanta carne al fuoco nel nuovo film di Alejandro González Iñárritu, forse troppa; il regista vuole mettere in scena non solo un attore in cerca di apprezzamenti, ma un uomo fallito che in vita sua non ne ha combinata una giusta, che cerca di ripristinare i rapporti con sua figlia (Emma Stone in stato di grazia), che non riesce a voltare pagina anche se vorrebbe tanto farlo, ossessionato dai suoi colleghi che vengono apprezzati dalla critica (Edward Norton che, in paio di momenti, ruba la scena a Michael Keaton) e dal pubblico (tutte quelle celebrità a cui il film fa un chiaro e netto riferimento).

10 febbraio 2015

American Sniper

Eccolo di nuovo in prima fila, il veterano Clint Eastwood, che per la terza volta di seguito parla di storie di vita vissuta, ispirandosi nuovamente a fatti realmente accaduti. Dal grande americano J. Edgar Hoover ai The Four Seasons, il regista passa ora a raccontare le prodezze di Chris Kyle, eroe nazionale per via del suo ineguagliabile talento con il fucile. Kyle è infatti considerato una leggenda (come sottolinea il suo pseudonimo) per gli Stati Uniti: è il più letale cecchino presente sul campo di battaglia in Iraq, dove "i cattivi" stanno dando del filo da torcere ai "buoni". Arriva fuori tempo massimo, questo testo, ma forse arriva nel momento più opportuno, quando tutti hanno ormai sputato la loro sentenza su American Sniper, esaltandolo a capolavoro oppure affossandolo ad americanata. Questi ultimi dovrebbero pensare al medesimo film, con la medesima storia e le medesime dinamiche, provando a metterlo in mano a registi diversi da Clint Eastwood, e cominciare a costruire la vera americanata: spari, bombe, ralenti ad ogni minuto, Chris Kyle circondato dai nemici ma ben capace di farli fuori tutti da solo (un po' alla Orgoglio di una nazione, il film nel film di Bastardi senza gloria, per intenderci), il finale palesato davanti agli occhi di tutti, magari con una bella caduta a terra del corpo di Kyle e un tonfo ovattato della sua testa che sbatte sul pavimento, qualche violino, niente immagini di repertorio e, soprattutto, niente vita vera.

18 gennaio 2015

Hungry Hearts

Si stenta a credere che sia un film italiano, questo Hungry Hearts, per via dei suoi toni così nordeuropei che rimandano, a tratti, al più datato Roman Polanski (un paio di volte volte mi è pure venuto da pensare che il film fosse un what if di Rosemary's Baby, ma lasciate perdere i miei voli pindarici). La trama è di una semplicità quasi imbarazzante: Jude e Mina si incontrano, si piacciono, si sposano, hanno un bambino e, assieme ad esso, nascono di conseguenza delle divergenze sulla crescita e la nutrizione del neonato. Lei è vegana, ma di quelle convinte, assolutiste e autoritarie, quasi dittatori che impongono il loro dogma a chi sta loro intorno. Tuttavia Saverio Costanzo, pur prendendo una posizione dichiarata e netta nei confronti di questa scelta di vita, non la accusa direttamente, aggira anzi in maniera intelligente l'ostacolo decidendo di dare ad un medico le parole più adeguate per esprimere il concetto chiave: Non c'è niente di male, ma che cosa mangia il bambino?

13 gennaio 2015

La Teoria del Tutto

Le prime settimane del 2015 hanno visto susseguirsi sul grande schermo una serie di biopic uno dietro l'altro, da quelli d'autore (Tim Burton e Clint Eastwood, più o meno validi, ai posteri l'ardua sentenza), a quelli da Oscar come The imitation game e, in ultimo, questo La teoria del tutto di James Marsh. La differenza tra i due sopracitati? Uno è ben fatto, l'altro no. Intendiamoci, il film non sarebbe neanche questo male assoluto e, con un timoniere differente, sarebbe risultato semplicemente il classico film biografico ammiccante e arraffa-premi, con un cast valido (Eddie Redmayne eccessivamente esaltato che, nel suo compito, si limita a fare una eccelsa e perfetta caricatura di Stephen Hawking), delle musiche piene di viole, archi e impostazione minimale nelle strofe e nella composizione, una fotografia che capirai, cosa vuoi dirgli, è inglese quindi è bella e, in ultimo, una ricostruzione storica (per quanto poco si vada indietro negli anni) davvero niente male. Le pecche sono due, la prima è che il film è ambientato in un arco temporale di circa vent'anni (ipotizzo, non ci sono riferimenti cronologici nella pellicola) ma i personaggi non sembrano mai invecchiare, facendo scivolare la storia in un incredibile eterno presente.

11 gennaio 2015

Big Eyes

Potremmo stare qui per ore a descrivere i non trascurabili difetti di Big Eyes, primo tra tutti la sceneggiatura che non riesce a dare vera importanza ai personaggi di contorno e che si limita a raccontare una storia principale senza però chiudere tutte le eventuali sottotrame. Potremmo stare qui per ore a discutere su un cast non eccelso, su Christoph Waltz macchietta di se stesso (assolutamente falso), su tante cose che si leggono un po' ovunque, ma perderemmo la possibilità di parlare di Tim Burton, regista che ancora oggi riesce ad incantare il suo (e sottolineo suo) pubblico con un lavoro certamente non eccelso, ma pieno dei suoi tratti distintivi nonché di riferimenti a se stesso impossibili da non cogliere. È come se il regista avesse parlato del suo percorso, della sua carriera e dei suoi lavoro piuttosto che di Margareth Ulbrich, sposata per la seconda volta con Walter Keane, truffaldino falso artista interessato al solo profitto.

1 gennaio 2015

The Imitation Game

Si spera sempre che questi biopic siano migliori delle aspettative, perché in periodo di corsa agli Oscar ad ogni cinefilo sale un pochino di puzza sotto il naso. The imitation game si presenta come il classico biopic del classico genio che incredibilmente segna la storia dell'uomo, in questo specifico caso modificando i pronostici della seconda guerra mondiale. In un certo qual modo è così: il film non mostra il suo vero volto da subito, serbando il meglio per il finale, per l'ultima angosciante mezz'ora carica di grande cinema. Nell'attesa possiamo goderci un Benedict Cumberbatch in stato di grazia che interpreta Alan Turing, matematico a cui si deve l'invenzione del moderno computer e che riuscì a decrittare il codice nascosto dietro la terrificante macchina denominata dai nazisti Enigma. Ma la storia della guerra e di come l'Inghilterra favorì la vittoria degli alleati è presto accantonata, perché ad interessare il pubblico è l'uomo dietro la macchina, ovvero Turing, genio incompreso insicuro di sé che nasconde le sue debolezze dietro il suo intelletto, palesandole ogni volta che viene stretto all'angolo da chi non si fida di lui e da chi lo guarda con disprezzo (giustificato, visto il carattere impossibile che il protagonista ha sviluppato nel corso della sua vita).

8 dicembre 2014

The Counselor - Il Procuratore

C'è qualcosa che scricchiola e stride nell'ultimo film di Ridley Scott, che vorrebbe disperatamente farsi amare dal pubblico - il quale, almeno in parte, l'ha elogiato senza troppi problemi - ma che comunque non riesce ad ingranare in tutti i suoi aspetti. La prima cosa che salta all'occhio, in questo thriller scritto da Cormac McCarthy in persona, è la fantastica fotografia da Dariusz Wolski che dà risalto alle sequenze più importanti del film, come la prima, erotica, ottima scena in cui ci viene presentato il rapporto tra i personaggi di Michael Fassbender (sempre in ottima forma, capace di regalare una performance da brividi, due spanne sopra il resto del cast, forse anche per via della scrittura dei personaggi) e di Penélope Cruz, aprendo il film sulle romantiche e ammiccanti lenzuola bianche che avvolgono i corpi dei due amanti. La storia poi comincia a presentarci un personaggio più fastidioso dell'altro, tutti pronti ad insegnare e spiegare e far capire a Fassbender come funziona questo mondo marcio all'interno del quale si è infilato, con discorsi ai limiti del moralismo (per quanto un criminale possa fare la morale ad un avvocato che cerca soldi facili), i quali annoiano quasi subito per la loro ripetitività, nonostante la messa in scena fotografata da Wolski e le musiche di Daniel Pemberton mantengano alta la curiosità dello spettatore, che spera in un proseguo col botto.

21 novembre 2014

Boyhood

Esperimento cinematografico che ha fatto molto parlare di sé, questo film ha ricevuto migliaia di elogi da critica e pubblico, riscontrando pochi dissensi e un pugno di fischi. Eppure chi sta scrivendo si deve per forza mettere dalla parte di chi ne ha parlato male, non perché Boyhood non sia interessante, ci mancherebbe! Tutti trovano curiosa, particolare e coraggiosa l'idea di riprendere per dodici anni le stesse persone creando qualcosa che al cinema si è visto poco (badate, poco, non mai), ovvero l'età che cambia tutti noi, esteriormente e interiormente. Il problema forse sta tutto qui: quanto c'è di vero e reale in Boyhood, a parte l'ambizione con cui Richard Linklater ha imbastito tutto quanto? La pellicola vive di un'idea fortissima sottomessa però ad una sceneggiatura didascalica, finta, bugiarda e terribilmente cinematografica: il film che avrebbe potuto abbassare tutte le barriere che il cinema crea tra finzione e realtà è invece quello che contribuisce ad innalzarne ancora di più, perché è impossibile credere che una donna divorziata, madre di due figli, incontri solo ubriaconi violenti e uomini sbagliati, come non è credibile che nella vita si facciano solo poche cose: ascoltare e suonare musica, scattare foto, divorziare, traslocare, guidare e parlare. E quanto parlano, i protagonisti!

13 novembre 2014

All is Lost - Tutto è Perduto

Prima di cominciare questo post preferirei spendere qualche riga di onestà con chi deciderà di leggere quanto segue: la mia riflessione mi ha imposto di raccontare più avanti il finale del film, finale prevedibile e ovvio, ma se non amate i cosiddetti spoiler, vi invito prima alla visione del prodotto e solo poi alla lettura di quanto segue.
Sopravvivenza, attaccamento alla vita, combattere contro le avversità che essa ci mette davanti giorno dopo giorno, alcune frasi che esplicano nel migliore dei modi il film in questione. Quante volte al cinema abbiamo assistito a storie di questo tipo? Uno degli ultimi esempi è Gravity di Alfonso Cuaròn, con cui All is lost - Tutto è perduto ha qualcosa in comune. Se nel kolossal fantascientifico avevamo una Sandra Bullock che cercava di sopravvivere nello spazio (alterato al fine di far funzionare la sceneggiatura), in questo film di J.C. Candor troviamo un Robert Redford disperso in mezzo al mare mentre la sua barca affonda a causa di uno scontro con un container abbandonato (o smarrito, poco importa).

6 novembre 2014

Interstellar

I presupposti per un buon film c'erano tutti: l'anno era positivo sia per Hollywood (i blockbuster di quest'anno sono stati abbastanza soddisfacenti, finora) sia per Matthew McConaughey, in piena forma dopo Dallas Buyers Club e True Detective, ed era dai tempi di The Prestige che il buon Christopher Nolan non si misurava con qualcosa di ambizioso tanto quanto lui. Il mondo dei sogni è un universo troppo piccolo per l'evasione pensata dal regista britannico per il suo pubblico, così decide di passare dal microcosmo della mente ed al suo parassita più resistente al macrocosmo del multiverso ed al SUO parassita più resistente. Dall'idea all'uomo, perché in fondo il cinema di Nolan è fatto anche di questo, di parassiti che vogliono solo sopravvivere e sopraffare e, per la prima volta (forse la seconda) nella cinematografia di questo regista, ci troviamo di fronte all'espressione più importante e condivisibile del suo pensiero: il futuro è in mano nostra.

11 settembre 2014

Under the Skin

Sarà forse vero che Under the Skin non è uno dei film più belli del 2014, e sarà forse vero che sia troppo sopravvalutato da qualcuno, ma è altrettanto vero che a me il film di Jonathan Glazer ha incantato. O quantomeno incuriosito, e non certo per il nudo della bella Scarlett Johansson, che non ha questa importanza cruciale all'interno della pellicola, bensì per la curiosità con cui la misteriosa protagonista si intrufola nel nostro mondo e lo ammira con i suoi occhi costruiti nella prima frastornante sequenza. Un invito a guardare attentamente, un invito a lasciarsi trascinare dalle immagini e dalle sensazioni? Forse, poiché io ho colto questo invito e ho sorvolato su alcuni difetti della pellicola, come le strizzatine d'occhio, in certe scene, allo spettatore: sì, dispiace a tutti  che un bambino piccolo venga lasciato senza genitori su una spiaggia dove è appena avvenuta una tragedia che sembra non attirare l'attenzione della nostra protagonista, a sottolineare la non-umanità del personaggio nonostante le sue sembianze, a ricordarci che stiamo assistendo alla storia di un alieno, ladro di pelli, che si nasconde sotto lo strato cutaneo rubato dalla Johansson per cibarsi degli organi interni degli uomini che adesca grazie alla sua sensualità.

8 settembre 2014

Colpa delle Stelle

Piangi, piangi, piangi. Eddai, piangi. Forza, su, piangi. È così che si rivolge al pubblico ogni singolo fotogramma di Colpa delle stelle dall'inizio alla fine della sua lunga durata. E tu lo fai, piangi, ti commuovi, perché tutti i fattori in gioco si interessano al fatto che le tue ghiandole lacrimali dovranno esplodere entro la fine del film, o perlomeno fare fuoriuscire qualche goccia e farti diventare gli occhi lucidi. E ci riescono, inevitabilmente, a farti piangere, perché ci sono due ragazzi malati di cancro che non si fanno forza tra di loro, ma che si innamorano nella maniera più naturale possibile, dimenticandosi anche troppo di essere dei malati terminali, e quasi ce ne dimentichiamo anche noi, tanto sono belli e puliti e in salute i protagonisti Shailene Woodley e Ansel Elgort. La sceneggiatura è di Scott Neustadter e Michael H. Weber, ma solo sulla carta, perché non hanno fatto altro che recuperare pari pari i dialoghi del libro di John Green e tagliare qualche parte qui e là, per non perdere quella sorta di realismo che pervade il prototipo letterario. Oppure per non perdere la fandom, che ha amato le classiche frasi zuccherose tipo "mi sono innamorata di lui come quando ci si addormenta".

16 giugno 2014

Il Conformista

Spesso si sceglie di descrivere il regime fascista come un'ombra che ha avvolto e sottomesso l'Italia per decenni, limitandosi a racchiudere in questa metafora tutto ciò che c'è da dire su un periodo buio, oscuro, cupo e pieno di orrori. L'operazione che realizza Bernardo Bertolucci mettendo in scena l'omonimo libro di Alberto Moravia è quella di trasformare questa metafora in una scelta stilistica e tematica. Con Il Conformista il regista realizza un dramma dalle tinte noir, giocando molto con la fotografia ad opera di Vittorio Storaro, utilizzando colori freddi e giochi di luce, sfruttando al meglio le ombre che vengono create sulla scena, ma anche lasciando mano libera al montatore Franco Arcalli, che rende gli inseguimenti frenetici e carichi di adrenalina, come anche i momenti di stasi potenzialmente noiosi. Tuttavia l'occhio di Bertolucci non è quasi mai fermo, si muove anzi in continuazione, quasi a sottolineare l'agitazione interiore del protagonista Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant, bravissimo nella sua performance), fascista dichiarato ma non convinto, il quale viene messo di fronte ad una terribile scelta: uccidere il proprio vecchio insegnante di filosofia o disertare e rischiare la propria incolumità. Incerto, pavido e insicuro fino alla fine, Clerici si mette a nudo un poco alla volta, raccontaci pian piano tute le ombre che avvolgono il suo passato e che continuano tutt'ora a tormentarlo.

25 maggio 2014

Maps to the Stars

Non c'è niente da fare, signori miei, David Cronenberg è sempre una conferma, una sicurezza, un baluardo saldo di ciò che dovrebbe essere il cinema: storia, ma anche critica, spettacolo prima di tutto ma anche riflessione (come diceva Sergio Leone). Maps to the Stars è quindi prima di tutto la storia di una famiglia piena di scheletri nell'armadio (e anche piena di armadi, visto il loro conto in banca, per cui immaginatevi gli scheletri!): madre e figlio star dello spettacolo, padre (John Cusack si fa perdonare quella dozzinale performance in The Raven già dal primo fotogramma) guaritore e figlia abbandonata al suo destino in un ospedale psichiatrico. Quest'ultima arriva ad Hollywood per fare ammenda, conosce un intrigante autista di limousine con il quale cerca di avere una storia. La trama poi si infittisce e si sviluppa in un continuo susseguirsi di eventi che metterà ogni singolo personaggio di fronte (letteralmente) ai propri fantasmi, vivi o morti che siano, ed ognuno di loro cercherà, inutilmente, di affrontarli e sconfiggerli.

5 aprile 2014

Lei

In un futuro tecnologicamente più avanzato del nostro presente, ma non troppo, vive un certo Theodore, scrittore di biglietti d'auguri su commissione e marito con un divorzio in atto. Decide di provare il nuovo sistema operativo OS1 a casa sua, così lo acquista e lo installa scoprendo una suadente voce femminile che sceglie da sola di darsi il nome Samantha. Frustrato, quasi incapace di relazionarsi con gli altri e alla ricerca di conforti e consigli, Theodore apprezzerà Samantha a tal punto da instaurare una relazione d'amore con lei, con tanto di gite, rapporti sessuali, annessi e connessi. Con una idea del genere la felice e feroce critica alla tecnologia e alla dipendenza da essa sarebbe dietro l'angolo, se non fosse che Spike Jonze, qui regista e sceneggiatore del film, abbraccia questo abuso quasi sfrenato e apprezza l'aiuto (anche psicologico) che essa può darci. Grazie a Samantha Theodore recupera la fiducia in se stesso e finalmente riesce a fare cose che prima non avrebbe potuto fare per mancanza di coraggio.

25 marzo 2014

Cosmopolis

Non si esagera mai quando si definisce David Cronenberg un genio della cinematografia. Precursore dei tempi moderni negli anni ottanta, maestro della metamorfosi mostruosa del corpo umano, interessante analista della psiche umana, con Cosmopolis si getta in un progetto ambizioso e folle: raccontare la nostra società attraverso l'economia, il capitalismo e il volto di Robert Pattinson. L'attore è infatti il protagonista di questa pellicola e interpreta il ruolo di Eric Parker, un ricco uomo d'affari di ventotto anni del quale seguiremo una giornata in limousine per andare a sistemarsi il taglio di capelli nella vecchia bottega in cui li tagliò per la prima volta da bambino. Durante il viaggio incontriamo tanti personaggi più o meno influenti nella vita di Eric, dalla sua attuale e fresca moglie fino alle sue scappatelle erotiche alla disperata ricerca di emozioni umane, le quali sembrano ormai scomparse dalla nostra società.

22 marzo 2014

Ida

C'era una volta, all'inizio degli anni sessanta, una novizia di nome Anna in procinto di prendere i voti per diventare suora, finché la madre superiora pensò che sarebbe stato giusto andare a trovare sua zia Wanda, la sua unica parente conosciuta, prima della cerimonia. Le due non si erano mai incontrate prima di quel giorno: grazie a lei Anna scoprì di chiamarsi Ida e di essere ebrea e non cristiana. Insieme partirono per una viaggio alla ricerca della tomba dei genitori di Ida. Questa è la storia che Pawel Pawlikowski decide di volerci raccontare, mettendo in scena un'altro road movie delineato da un sinuoso bianco e nero ad opera di Ryszard LenczewskiLukasz Zal (ricordate Nebraska, meraviglioso viaggio di un padre e un figlio fotografato dall'ottima mano del candidato al premio Oscar Phedon Papamichael?) dove a trainare la storia è ancora una volta la "strana coppia", in questo caso la zia mondana e la nipote di Chiesa.

26 febbraio 2014

12 Anni Schiavo

Succede per caso, senza preavviso: Solomon Northup, negro libero nell'America prima della guerra civile, viene ingannato e spogliato di tutte le sue libertà, catturato e venduto come schiavo da due aguzzini che sfruttano le falle della legislatura di un'America divisa per lucrare sulla vendita di schiavi. Così, per caso, Solomon Northup passa da uomo libero a schiavo per dodici anni, ritrovandosi sotto le grinfie di diversi padroni, più o meno malvagi, nessuno dei quali intenzionato a dargli una mano a riacquistare la propria libertà e i propri diritti. 12 anni schiavo racconta una storia realmente accaduta, già narrata dalle parole scritte dal vero Solomon nell'omonimo libro, senza però sfruttare appieno le potenzialità di una vicenda così drammatica e forte: la sceneggiatura di John Ridley risolve alcuni importanti avvenimenti così come la disavventura del protagonista ha inizio, ovvero per caso (un certo Brad Pitt decide di porre fine alla lunga Odissea del protagonista senza tanti fronzoli) e i dialoghi molto spesso sono formati da battute talmente scontate da lasciare di stucco anche il più benevolo spettatore per via della loro eccessiva banalità ("non voglio sopravvivere, voglio vivere").