Spiazza, confonde, fa riflettere e non si lascia andare ad inutili sentimentalismi da grande pubblico. Un film che può definirsi tale. E dopo questa carrellata di parole facili e di critica banale, andiamo a stendere questa piccola recensione su Holy Motors, per quanto possa esserne capace. Perché il film di Leos Carax non parla, non spiega, ma narra a chi vuole lasciarsi coinvolgere da una storia iperrealistica e grottesca. Chiave interpretativa è Denis Lavant, protagonista e interprete di numerosi differenti personaggi in cerca non di un autore, ma di un pubblico, o meglio, di un media che dia loro la conoscenza di essere ripresi e di arrivare quindi a qualche spettatore. Ma per Oscar anche questo passa in secondo piano, perché la sua recitazione (qualora sia un attore, non ci è dato saperlo con precisione) deriva da una pura e semplice passione viscerale verso il suo mestiere che, col passare di un tempo non meglio specificato, si è evoluto fino a diventare un frenetico passaggio da un ruolo all'altro all'interno di una vettura pilotata dalla sola figura concreta, unica ancora di salvezza per il protagonista e unico modo che ha lo spettatore per distinguere quale sia la realtà e quale la recitazione.
