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4 aprile 2015

Into the Woods

Chi se l'aspettava, da Rob Marshall, regista piuttosto anonimo e decisamente fuori posto dietro la macchina da presa sul set dell'ultimo Pirati dei Caraibi, uno dei film più interessanti di quest'ultimo periodo disneyano? Dopo la gentile e coraggiosa Cenerentola, gli audaci e buoni eroi (con cattivo buono annesso) di Big Hero 6, e il femminismo sfrenato di Frozen, prodotti carini ma mai fuori dalle righe, pare che la fenice abbia finito di bruciare e, presto o tardi, potrebbe rinascere. I primi sentori arrivano proprio da questo film, ispirato al musical scritto da Stephen Sondheim e James Lapine, ai quali vanno quasi tutti i pregi della riuscita di questo prodotto, riadattato dal secondo sopracitato per il grande schermo. Una maledizione di una strega aleggia attorno alla famiglia del fornaio; per scacciarla dovrà andare nel bosco e recuperare degli oggetti per la strega prima del sorgere della luna blu. Ecco il punto di partenza di questa favola a cui parteciperanno anche personaggi ben più noti di un'anonima strega e di un fornaio con sua moglie: Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Jack faranno da corollario ad un film che si prefigge di scomporre e demolire il mito disneyano delle fiabe edulcorate e a lieto fine.

14 marzo 2015

Foxcatcher - Una Storia Americana

Per la terza volta nella sua carriera Bennett Miller torna al cinema biografico per raccontare parabole americane che rappresentano gli Stati Uniti e il loro lento ma inesorabile decadimento culturale e sociale. Mark Schultz, John Du Pont e Dave Schultz diventano quindi metafore rappresentative di speranze perdute, sogni infranti, desideri inarrivabili e mal riposta voglia di dimostrare di essere qualcuno che in realtà non si è. Così fa il personaggio di Channing Tatum, Mark, ma anche quello di Steve Carell, John, i quali percorrono due binari incidenti, che si incontrano per un attimo e che poi si allontanano l'uno dall'altro, prendendo strade totalmente opposte. In mezzo a loro c'è Dave, ovvero Mark Ruffalo, fratello di Mark, nonché suo mentore e punto di riferimento nella vita, senza il quale Mark prova a vivere, ma inutilmente poiché, tornando al discorso di prima, non si può essere quello che non si è. Ma i fratelli Schultz sono solo un tassello in questa contorta storia dell'America, della quale il vero protagonista e senza dubbio il filantropo Du Pont, ossessivamente influenzato da una figura materna che cerca disperatamente di allontanare da sé, proprio come Mark fa con il fratello. e sempre desideroso di voler dimostrare di essere indipendente da lei, proprio come Mark con Dave.

22 febbraio 2015

Il Settimo Figlio

Che cosa si ottiene quando si decide di mettere in scena un film fantasy dopo che il genere ha ormai dato tutto quello che doveva dare e detto tutto quello che doveva dire con tante e ripetitive saghe che, nonostante quel briciolo di originalità insito in loro, non sono riuscite ad attecchire sul pubblico? Penso ai continui flop de Le Cronache di Narnia (dal primo in poi in costante caduta libera qualitativamente ed economicamente, fino allo stop della serie) e, soprattutto, a La bussola d'oro, che non ha mai ottenuto il via libera per il suo sequel, nonostante i buoni presupposti. Ecco che Hollywood ci riprova di nuovo con Il settimo figlio, film firmato Universal e arricchito da un cast di tutto rispetto, con il bel faccino di Ben Barnes a sostenere la locandina e il nome altisonante di Jeff Bridges ad attirare il pubblico; assieme a loro la bravissima Julianne Moore nei panni di una strega cattiva come poche. Nel senso che le altre streghe del film non sono poi così cattive, dunque continui a chiederti continuamente il perché di tutta questa bolgia tra maghi e streghe, di questa terrificante guerra che non dovrebbe esistere se, in fondo, le creature malvagie non sono tutte malvagie e i maghi sono quasi tutti estinti.

12 febbraio 2015

Birdman o (L'imprevedibile Virtù dell'Ignoranza)

C'è un attore, Riggan, che vuole dimostrare di essere tale imbastendo uno spettacolo a Broadway, ma nella testa ha questa vocina (o vociona, che dir si voglia) che continua ad evidenziare quanto la sua vita dipenda dai grandi successi commerciali di un tempo. Riggan, nei lontani anni '90, indossava infatti il costume di Birdman, supereroe protagonista di una saga cinematografica commerciale della quale ancora oggi si porta dietro gli strascichi: il suo alter ego è ciò con cui ogni giorno deve scontrarsi in camerino mentre tutto il resto del mondo è fuori a ricordargli quanto sia inutile e superflua la sua esistenza e quanto poco abbia realmente combinato nel mondo. Satira splendente sulla situazione odierna dei cinefumetti, del cinema e degli attori, Birdman è un apparente unico piano sequenza che racconta la storia di questo attore frustrato che deve farsi riconoscere a livello artistico, discutendo con i fantasmi del suo passato, interiori ed esteriori. C'è tanta carne al fuoco nel nuovo film di Alejandro González Iñárritu, forse troppa; il regista vuole mettere in scena non solo un attore in cerca di apprezzamenti, ma un uomo fallito che in vita sua non ne ha combinata una giusta, che cerca di ripristinare i rapporti con sua figlia (Emma Stone in stato di grazia), che non riesce a voltare pagina anche se vorrebbe tanto farlo, ossessionato dai suoi colleghi che vengono apprezzati dalla critica (Edward Norton che, in paio di momenti, ruba la scena a Michael Keaton) e dal pubblico (tutte quelle celebrità a cui il film fa un chiaro e netto riferimento).

10 febbraio 2015

American Sniper

Eccolo di nuovo in prima fila, il veterano Clint Eastwood, che per la terza volta di seguito parla di storie di vita vissuta, ispirandosi nuovamente a fatti realmente accaduti. Dal grande americano J. Edgar Hoover ai The Four Seasons, il regista passa ora a raccontare le prodezze di Chris Kyle, eroe nazionale per via del suo ineguagliabile talento con il fucile. Kyle è infatti considerato una leggenda (come sottolinea il suo pseudonimo) per gli Stati Uniti: è il più letale cecchino presente sul campo di battaglia in Iraq, dove "i cattivi" stanno dando del filo da torcere ai "buoni". Arriva fuori tempo massimo, questo testo, ma forse arriva nel momento più opportuno, quando tutti hanno ormai sputato la loro sentenza su American Sniper, esaltandolo a capolavoro oppure affossandolo ad americanata. Questi ultimi dovrebbero pensare al medesimo film, con la medesima storia e le medesime dinamiche, provando a metterlo in mano a registi diversi da Clint Eastwood, e cominciare a costruire la vera americanata: spari, bombe, ralenti ad ogni minuto, Chris Kyle circondato dai nemici ma ben capace di farli fuori tutti da solo (un po' alla Orgoglio di una nazione, il film nel film di Bastardi senza gloria, per intenderci), il finale palesato davanti agli occhi di tutti, magari con una bella caduta a terra del corpo di Kyle e un tonfo ovattato della sua testa che sbatte sul pavimento, qualche violino, niente immagini di repertorio e, soprattutto, niente vita vera.

18 gennaio 2015

Hungry Hearts

Si stenta a credere che sia un film italiano, questo Hungry Hearts, per via dei suoi toni così nordeuropei che rimandano, a tratti, al più datato Roman Polanski (un paio di volte volte mi è pure venuto da pensare che il film fosse un what if di Rosemary's Baby, ma lasciate perdere i miei voli pindarici). La trama è di una semplicità quasi imbarazzante: Jude e Mina si incontrano, si piacciono, si sposano, hanno un bambino e, assieme ad esso, nascono di conseguenza delle divergenze sulla crescita e la nutrizione del neonato. Lei è vegana, ma di quelle convinte, assolutiste e autoritarie, quasi dittatori che impongono il loro dogma a chi sta loro intorno. Tuttavia Saverio Costanzo, pur prendendo una posizione dichiarata e netta nei confronti di questa scelta di vita, non la accusa direttamente, aggira anzi in maniera intelligente l'ostacolo decidendo di dare ad un medico le parole più adeguate per esprimere il concetto chiave: Non c'è niente di male, ma che cosa mangia il bambino?

13 gennaio 2015

La Teoria del Tutto

Le prime settimane del 2015 hanno visto susseguirsi sul grande schermo una serie di biopic uno dietro l'altro, da quelli d'autore (Tim Burton e Clint Eastwood, più o meno validi, ai posteri l'ardua sentenza), a quelli da Oscar come The imitation game e, in ultimo, questo La teoria del tutto di James Marsh. La differenza tra i due sopracitati? Uno è ben fatto, l'altro no. Intendiamoci, il film non sarebbe neanche questo male assoluto e, con un timoniere differente, sarebbe risultato semplicemente il classico film biografico ammiccante e arraffa-premi, con un cast valido (Eddie Redmayne eccessivamente esaltato che, nel suo compito, si limita a fare una eccelsa e perfetta caricatura di Stephen Hawking), delle musiche piene di viole, archi e impostazione minimale nelle strofe e nella composizione, una fotografia che capirai, cosa vuoi dirgli, è inglese quindi è bella e, in ultimo, una ricostruzione storica (per quanto poco si vada indietro negli anni) davvero niente male. Le pecche sono due, la prima è che il film è ambientato in un arco temporale di circa vent'anni (ipotizzo, non ci sono riferimenti cronologici nella pellicola) ma i personaggi non sembrano mai invecchiare, facendo scivolare la storia in un incredibile eterno presente.

11 gennaio 2015

Big Eyes

Potremmo stare qui per ore a descrivere i non trascurabili difetti di Big Eyes, primo tra tutti la sceneggiatura che non riesce a dare vera importanza ai personaggi di contorno e che si limita a raccontare una storia principale senza però chiudere tutte le eventuali sottotrame. Potremmo stare qui per ore a discutere su un cast non eccelso, su Christoph Waltz macchietta di se stesso (assolutamente falso), su tante cose che si leggono un po' ovunque, ma perderemmo la possibilità di parlare di Tim Burton, regista che ancora oggi riesce ad incantare il suo (e sottolineo suo) pubblico con un lavoro certamente non eccelso, ma pieno dei suoi tratti distintivi nonché di riferimenti a se stesso impossibili da non cogliere. È come se il regista avesse parlato del suo percorso, della sua carriera e dei suoi lavoro piuttosto che di Margareth Ulbrich, sposata per la seconda volta con Walter Keane, truffaldino falso artista interessato al solo profitto.

1 gennaio 2015

The Imitation Game

Si spera sempre che questi biopic siano migliori delle aspettative, perché in periodo di corsa agli Oscar ad ogni cinefilo sale un pochino di puzza sotto il naso. The imitation game si presenta come il classico biopic del classico genio che incredibilmente segna la storia dell'uomo, in questo specifico caso modificando i pronostici della seconda guerra mondiale. In un certo qual modo è così: il film non mostra il suo vero volto da subito, serbando il meglio per il finale, per l'ultima angosciante mezz'ora carica di grande cinema. Nell'attesa possiamo goderci un Benedict Cumberbatch in stato di grazia che interpreta Alan Turing, matematico a cui si deve l'invenzione del moderno computer e che riuscì a decrittare il codice nascosto dietro la terrificante macchina denominata dai nazisti Enigma. Ma la storia della guerra e di come l'Inghilterra favorì la vittoria degli alleati è presto accantonata, perché ad interessare il pubblico è l'uomo dietro la macchina, ovvero Turing, genio incompreso insicuro di sé che nasconde le sue debolezze dietro il suo intelletto, palesandole ogni volta che viene stretto all'angolo da chi non si fida di lui e da chi lo guarda con disprezzo (giustificato, visto il carattere impossibile che il protagonista ha sviluppato nel corso della sua vita).

20 dicembre 2014

Lo Hobbit - La Battaglia delle Cinque Armate

Viaggiamo per un attimo indietro nel tempo, a quell'ormai lontano 2001, quando La compagnia dell'anello si concludeva con la morte di Boromir per mano di un guerriero Uruk-hai, vendicato immediatamente da Aragorn. Il ramingo, dopo aver infilzato al torace il nemico, si ritrova faccia a faccia con esso, il quale gli ringhia addosso tutta la sua rabbia e il disprezzo che prova nei confronti degli uomini prima di farsi decapitare dall'erede al trono di Gondor. Quella scena era così reale, così vera, così impressionante che ti pare quasi di toccarlo, quell'Uruk, di respirare il fetido puzzo del suo alito. Torniamo ora al nostro 2014, quando Lo hobbit - La battaglia delle cinque armate offre al pubblico una scena simile (ciò che state per leggere contiene qualche spoiler, ma fidatevi, vi svelerò solo l'essenziale e il prevedibile, nulla di sorprendente): Thorin è sopra il suo acerrimo nemico Azog, detto il profanatore, e gli ha appena piantato la sua spada in mezzo al torace, conficcandogliela fino a perforare il ghiaccio su cui è accasciato l'orco il quale, sorpreso di essere stato ucciso, esala il suo ultimo respiro e muore. Niente da fare: nonostante Peter Jackson ci provi con tutte le sue forze, nulla riesce a comparare le emozioni, il realismo, la concretezza della Terra di Mezzo dei primi anni duemila.

11 dicembre 2014

Magic in the Moonlight

Se per il protagonista del film l'unico superpotere esistente brandisce la falce, per chi scrive l'unica certezza dicembrina è il sedersi in una sala cinematografica e godersi l'annuale prodotto dell'immancabile Woody Allen, regista sempre più bistrattato da un pubblico che gli grida addosso scaduto, venduto e tutte quelle belle parole che finiscono per -uto, non volendo accorgersi di quanto il cinema di Allen degli ultimi anni sia variegato, certo, ed inevitabilmente diverso dalle vecchie fasi che il regista ci ha regalato nel corso della sua carriera, ma allo stesso modo continuo e omogeneo. In Magic in the Moonlight, infatti, torniamo a parlare di magia e di amore, di fede e di scetticismo, di pessimismo e materialismo, di aldilà e romanticismo, con il più abile prestigiatore degli anni '20, Colin Firth, che deve smascherare la più abile finta medium del periodo, Emma Stone. In Firth si insinuerà il dubbio di una vita dopo la morte e di un bisogno di accettare qualcosa di incomprensibile, che non sarà propriamente un eventuale regno dell'oltretomba, alla fine del film.

6 dicembre 2014

Tartarughe Ninja

Alla fine ci provi e li guardi, decidi di dar loro una possibilità, perché in fondo anche questi film che sono dei prodotti di marketing annunciati a gran voce hanno bisogno di una chance, e invece, come il più delle volte, ti ritrovi lì ad aspettare annoiato la fine della pellicola che speri arrivi il più presto possibile, tant'è che ti stupisci che il film non duri più dell'ora e mezza e rientri nei canoni del semplice blockbuster d'intrattenimento. Come si fa, poi, a farsi venire la voglia di sparare a zero sul nuovo Tartarughe Ninja, che di nuovo ha solo il lato migliore di Megan Fox e il design di quattro tartarughe con un look più realistico, più digitale degli ormai iconici costumi in lattice degli anni '90, quegli intramontabili pupazzoni che erano dichiaratamente finti e per nulla credibili, ma che ci facevano divertire (forse anche di più) di queste nuove tecnologie ormai per nulla stupefacenti. C'è ben poco da dire sulla storia del film, il quale ricalca, anche se non fedelmente - probabilmente proprio per cercare uno spiraglio che faccia discutere il pubblico - la popolare storia delle tartarughe chiamate come i pittori rinascimentali italiani e ghiotte di pizza, cresciute in una fogna da un topo ninja, le quali devono sconfiggere il terribile clan del piede (nome chiamato in causa almeno quaranta volte solo nei primi venti minuti di film, per poi sparire per sempre e trasformarsi in Shredder nel secondo tempo) che minaccia la città di New York.

22 novembre 2014

Un Milione di Modi per Morire nel West

Il cinema sembra essere il punto di approdo per tutti, ormai. Nonostante molti autori navigati affermino che la televisione è diventata la terra delle opportunità creative (da Friedkin a Soderbergh fino a Scott sono stati in molti ad elogiare la libertà che vige sul piccolo schermo a discapito delle imposizioni produttive che minano l'autorialità su quello grande), sembra che il sogno di fare un film non sia del tutto scomparso e, se noi abbiamo i nostri idoli che dalla televisione sbucano in sala, anche in America si condivide questo hobby. Uno dei tanti è Seth McFarlane che, dopo la fortunata serie animata I Griffin, ha ben pensato di tentare la via del cinema prima con Ted e poi con questa farsa in salsa western dal titolo infinito e dalle dubbie potenzialità di divertimento. Un milione di modi per morire nel west ha principalmente un grosso problema: scelte sbagliate. È sbagliato costruire un film sciocco e parodistico sopra una trama seriosa come quella dello scemo del villaggio che ha tutte le carte in regola per diventare, alla fine del film, l'eroe della storia, è sbagliato rincarare la dose di volgarità e battute oscene col pretesto di spacciarle per black humour (defecare in un cappello da cowboy e mostrare lo sterco in scena è black humour? Una prostituta prossima al matrimonio che non può sedersi perché il fondo schiena le brucia a causa del troppo lavoro è black humour?), è sbagliato allungare il brodo per arrivare all'ora e mezza facendo risultare questo film una lunga infinita puntata dei Griffin ambientata però nel vecchio West e, infine, è sbagliato avere Liam Neeson come cattivo e non farlo comparire per più di dieci minuti.

Dracula Untold

Non c'è voluto molto affinché anche Universal Pictures si accodasse a questo filone di film/spin-off a incastro che la Marvel/Disney ha inaugurato con il suo Cinematic Universe, seguita a ruota da Warner Bros. e dai suoi già annunciati film dedicati ai personaggi DC Comics. Universal, non avendo diritti su nessun universo fumettistico, ha deciso di puntare sul suo cavallo di battaglia: i mostri, lanciati e rilanciati, proposti e riproposti, già visti in tutte le salse. Oppure no? La scritta Untold che conclude il titolo del film in questione ci suggerisce qualcosa di sconosciuto, di mai visto, di appena accennato in altre pellicole; sarà la verità? Ebbene sì, Dracula Untold recupera l'incipit ideato da Francis Ford Coppola per il suo film dedicato al personaggio creato da Bram Stoker e ne fa una versione romantica e disperata, raccontando l'uomo dietro il mostro. Così Luke Evans presta il suo volto e il suo fisico ad un Vlad Tepes, principe impalatore costretto dal padre a combattere per il sultano e deciso a non far soffrire la sua stessa sorte a suo figlio. Così, pur di sconfiggere l'esercito del terribile sovrano, Vlad decide di immolarsi e di diventare la creatura che vive nella montagna.

21 novembre 2014

Boyhood

Esperimento cinematografico che ha fatto molto parlare di sé, questo film ha ricevuto migliaia di elogi da critica e pubblico, riscontrando pochi dissensi e un pugno di fischi. Eppure chi sta scrivendo si deve per forza mettere dalla parte di chi ne ha parlato male, non perché Boyhood non sia interessante, ci mancherebbe! Tutti trovano curiosa, particolare e coraggiosa l'idea di riprendere per dodici anni le stesse persone creando qualcosa che al cinema si è visto poco (badate, poco, non mai), ovvero l'età che cambia tutti noi, esteriormente e interiormente. Il problema forse sta tutto qui: quanto c'è di vero e reale in Boyhood, a parte l'ambizione con cui Richard Linklater ha imbastito tutto quanto? La pellicola vive di un'idea fortissima sottomessa però ad una sceneggiatura didascalica, finta, bugiarda e terribilmente cinematografica: il film che avrebbe potuto abbassare tutte le barriere che il cinema crea tra finzione e realtà è invece quello che contribuisce ad innalzarne ancora di più, perché è impossibile credere che una donna divorziata, madre di due figli, incontri solo ubriaconi violenti e uomini sbagliati, come non è credibile che nella vita si facciano solo poche cose: ascoltare e suonare musica, scattare foto, divorziare, traslocare, guidare e parlare. E quanto parlano, i protagonisti!

19 novembre 2014

Guardiani della Galassia

Uomini di latta, superuomini, giganti verdi, mutanti, alieni, supereroi con superproblemi, antieroi, eroi improvvisati, supergruppi; dopo una lista talmente lunga da permettere alle grosse major di propinarci un cinecomic al mese (all'incirca) la speranza in qualcosa di diverso, particolare, curioso e fresco era ormai svanita. Mai pregiudizio fu più errato: James Gunn entra in contropiede nel mondo dei fumetti, se ne frega di tutti, sta alle regole della Disney/Marvel ma si impone come un nostalgico autore di un cinema che ormai è merce sempre più rara, quei blockbuster che accontentavano pubblico, critica e botteghino e che servivano sì a rimpinguare le casse delle produzioni, ma che riuscivano anche ad offrire del sano divertimento goliardico senza la pretesa di puntare sull'eccesso di seriosità o sull'abuso della risata facile, con il rischio di rivolgersi ad un pubblico o di soli adulti o di soli bambini (leggi anche fanboy).
Guardiani della Galassia è finalmente del sano divertimento per tutti che non ha paura di mettere in gioco riferimenti sessuali e personaggi non completamente eroici, ognuno con il proprio obiettivo e i propri trascorsi, i quali si troveranno inevitabilmente a collaborare per necessità. Siamo ben lontani da quell'universo in cui Iron Man se la faceva nella tuta, o dove Spider-Man non sentiva il peso della morte di suo zio: qui, nella galassia, il passato è un tormento continuo, un'ombra dalla quale non si può fuggire e, sebbene ci si possa ironizzare sopra e riderci di gusto (e con gusto), c'è sempre quell'alone di timore che esso torni prima del previsto a bussare alle porte di ognuno dei personaggi principali. Certo, ci sono sempre i super colorati e pastellosi villain di casa Marvel da combattere, ma già lo scrollarsi di dosso l'ironia forzata e, soprattutto, il "bambino-di-riferimento" (il solito bimbo messo in scena affinché il pubblico di infanti possa identificarsi nella pellicola, lo potete trovare in Iron-Man 3, nei due The Amazing Spider-Man, in Thor - The Dark World e persino in The Lone Ranger, che non è Marvel ma è pur sempre Disney), limitando questa figura ai primi tre minuti, essenziali per entrare in empatia con Starlord già da subito: personaggio adulto e bambino nella stessa pellicola, è finalmente punto di congiunzione dei due diversi pubblici (colpo da maestro), impersonato dall'ottimo Chris Pratt. Poi c'è Zoe Saldana, riferimento femminile e quota rosa del supergruppo, il brutale dal cuore d'oro Dave Bautista e il duo di spalle comiche in CGI che hanno le voci di Vin Diesel e Bradley Cooper e che, se vogliamo seguire la folla che lo elogia a nuovo Guerre Stellari, possiamo paragonare a Ian Solo e Chewbacca. Ogni personaggio vuole essere compreso fino in fondo dallo spettatore che, divertito, si lascia trascinare in questa sfrenata corsa per tutto l'universo dove le emozioni non mancano, ma le quali non sovrastano in nessun modo tutto ciò che ci vuole per confezionare un ottimo blockbuster d'intrattenimento: ritmo, azione, divertimento, ottimi effetti speciali, regia pulita e mai caotica. Il tutto farcito da apprezzabili riferimenti alla cultura pop degli anni 70/80, dalle musiche al già nominato Star Wars. Speriamo solo che nel prossimo capitolo non si scopra che Starlord è il figlio di Darth Vader!

6 novembre 2014

Interstellar

I presupposti per un buon film c'erano tutti: l'anno era positivo sia per Hollywood (i blockbuster di quest'anno sono stati abbastanza soddisfacenti, finora) sia per Matthew McConaughey, in piena forma dopo Dallas Buyers Club e True Detective, ed era dai tempi di The Prestige che il buon Christopher Nolan non si misurava con qualcosa di ambizioso tanto quanto lui. Il mondo dei sogni è un universo troppo piccolo per l'evasione pensata dal regista britannico per il suo pubblico, così decide di passare dal microcosmo della mente ed al suo parassita più resistente al macrocosmo del multiverso ed al SUO parassita più resistente. Dall'idea all'uomo, perché in fondo il cinema di Nolan è fatto anche di questo, di parassiti che vogliono solo sopravvivere e sopraffare e, per la prima volta (forse la seconda) nella cinematografia di questo regista, ci troviamo di fronte all'espressione più importante e condivisibile del suo pensiero: il futuro è in mano nostra.

7 ottobre 2014

Maleficent

Dopo l'eccezionale successo al botteghino della burtoniana Alice, la casa di produzione Disney continua a cavalcare l'onda del successo delle sue vecchie storie rifatte in live action e, dopo aver riportato il mondo di Oz sul grande schermo sotto l'ala protettiva di Sam Raimi, decide azzardatamente di affidare questo nuovo punto di vista della vecchia fiaba de La bella addormentata nel bosco ad un novello regista di nome Robert Stromberg, premio Oscar per la direzione artistica di Avatar e Alice in Wonderland e nominato per gli effetti visivi di Master & Commander di Peter Weir. Non l'ultima ruota del carro, certo, ma comunque non il più grande regista vivente, e questo si nota già dalle prime, canoniche, scontate e poco visionarie scelte di regia che introducono lo spettatore nel mondo fatato di Maleficent, film più di Angelina Jolie che di Stromberg, non solo per la presenza scenica dell'iconica attrice (e delle sue figlie), ma anche per via delle tematiche presentate dalla storia di Linda Woolverton, autrice rubata anche lei dal cast tecnico della già citata Alice.

8 settembre 2014

Colpa delle Stelle

Piangi, piangi, piangi. Eddai, piangi. Forza, su, piangi. È così che si rivolge al pubblico ogni singolo fotogramma di Colpa delle stelle dall'inizio alla fine della sua lunga durata. E tu lo fai, piangi, ti commuovi, perché tutti i fattori in gioco si interessano al fatto che le tue ghiandole lacrimali dovranno esplodere entro la fine del film, o perlomeno fare fuoriuscire qualche goccia e farti diventare gli occhi lucidi. E ci riescono, inevitabilmente, a farti piangere, perché ci sono due ragazzi malati di cancro che non si fanno forza tra di loro, ma che si innamorano nella maniera più naturale possibile, dimenticandosi anche troppo di essere dei malati terminali, e quasi ce ne dimentichiamo anche noi, tanto sono belli e puliti e in salute i protagonisti Shailene Woodley e Ansel Elgort. La sceneggiatura è di Scott Neustadter e Michael H. Weber, ma solo sulla carta, perché non hanno fatto altro che recuperare pari pari i dialoghi del libro di John Green e tagliare qualche parte qui e là, per non perdere quella sorta di realismo che pervade il prototipo letterario. Oppure per non perdere la fandom, che ha amato le classiche frasi zuccherose tipo "mi sono innamorata di lui come quando ci si addormenta".

29 agosto 2014

Captain America: The Winter Soldier

Ancora una volta l'America è nei guai: una grande minaccia si insidia all'interno dell'intelligence più importante del mondo Marvel, lo S.H.I.E.L.D., e servirà l'iconico eroe a stelle e strisce con il suo (non tanto) luminoso scudo per sventare il terribile pericolo. Divertente intrattenimento politico che gioca degnamente le sue carte senza scivolare nella comicità forzata tipica di alcuni titoli imparentati con lui, questo Captain America: The winter soldier può essere sicuramente considerato una prova discretamente superata. Lungi da me, quindi, sminuire il film o raccontarlo per qualcosa che non è, poiché spero che, seguendo nella lettura, non pensiate che ve ne sconsigli la visione, anzi: guardatelo e apprezzatene la perfetta calibratura di un ritmo sempre serrato e mai in calo, di una sceneggiatura non male arricchita da quel già citato discorso politico tutt'altro che scontato, e ammiratene le sequenze d'azione, giostrate bene dai fratelli Russo ma, a mio modestissimo parere, montate in maniera troppo caotica da Jeffrey Ford. Quindi l'intrattenimento proposto da questo film è certamente interessante, abbastanza intelligente e assolutamente lontano dal concetto di "visione a cervello spento".