6 dicembre 2013

Il Cavallo di Torino

Colori, effetti speciali, ritmo serrato, musiche epiche, humor (perché al giorno d'oggi ce n'è e anche troppo); eccoli gli ingredienti perfetti per un film capace di portare al cinema una vasta fetta di pubblico e magari anche in grado di spacciarsi per "buon film". Ebbene, scordatevi tutto questo se volete addentrarvi nella fantastica, fastidiosa, dolente storia che Bela Tarr ha voluto offrire al suo pubblico come addio alle scene. Il cavallo di Torino pare essere infatti l'ultimo film di questo regista ungherese, un progetto che recupera l'iconica vicenda del filosofo Nietzsche e del cavallo che ha visto frustare a Torino, grazie al quale poi pronuncerà la famosa frase madre, sono diventato pazzo. Volutamente eviterò ulteriori didascaliche descrizioni della trama, poiché tutto viene narrato dal film in una maniera affascinante.
La cosa più interessante è notare quanto il ritmo lento e la ripetitività delle sequenze riescano ad incantare lo spettatore e ad impedirgli di interrompere la visione della pellicola che non è altro che un insieme di piani sequenza uno dietro l'altro, tra i quali i pochissimi tagli di montaggio servono solamente per fare passare lunghi lassi di tempo (dalla mattina alla sera oppure dal giorno prima a quello dopo, accompagnati a volte da dissolvenze). Il tema musicale è uno soltanto, ripetuto fino allo sfinimento nel corso dei minuti e composto da Mihály Vig, assieme anche alle monotone faccende domestiche che riempiono la vita del contadino e di sua figlia, inquadrati da una macchina da presa che non predilige nessuno dei due personaggi ma che dà la medesima importanza a tutti e due, fornendoci diversi punti di vista dall'interno della casa e inquadrando il più delle volte da un'altezza inferiore rispetto a quella degli attori, quasi a simboleggiare un senso di inferiorità nei confronti di qualcosa di più grande come, ad esempio, il vento incessante che continua a soffiare per tutta la durata della pellicola, ostile e minaccioso rappresentante della natura terribile e invisibile. Spesso, poi, Tarr decide di tenere l'occhio della sua cinepresa in una posizione fissa affinché l'ansia e la tensione provata dallo spettatore per scoprire che cosa stia succedendo dietro di essa si alzi (in più di una sequenza infatti l'azione si svolge fuori campo mentre noi fissiamo un punto vuoto). Ripetitività, fissità e monotonia sono i temi portanti del film, una fissità anche fisica da parte non solo del cavallo (che, sentendo la sua fine vicina, si rifiuta di mangiare rimanendo immobile), ma anche del corpo umano grazie ad un protagonista dal braccio paralizzato e ad una comparsa zoppa, mentre la monotonia della vita prosegue incessante e con pochi, rari e fastidiosi cambiamenti (il cavallo che non mangia, l'arrivo degli zingari, la mancanza di acqua nel pozzo), sintomo di una ripetitività sicura e incapace di riservare sgradite sorprese, laddove invece la novità è qualcosa di pericoloso e terribile. Non a caso, infatti, l'unica volta che i due protagonisti si sposteranno dalla sicurezza della loro casa vedranno le loro futili vite cambiare in maniera drastica e repentina, e così il vecchio padre resterà fisso a guardare fuori dalla finestra, incapace di mangiare proprio come il suo cavallo, probabilmente perché sente che la fine è vicina. Chissà poi se la troppa fissità degli ultimi minuti, dove i protagonisti restano seduti, immobili, assumendo una posizione simile a quella del loro cavallo, siano metafora di un malessere destinato a concludersi in un unico modo. La pellicola, con la sua semplice tematica della pesantezza della vita quotidiana, riesce a travolgere lo spettatore e a fargli sperare che qualcosa di nuovo e diverso possa accadere. Sfortunatamente però è sempre qualcosa di negativo ed è angosciante soffrire assieme ai protagonisti. Consigliato soprattutto agli appassionati di Nietzsche che, probabilmente, riusciranno ad apprezzarlo molto di più.


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