25 maggio 2015

Mia Madre

Devo essere sincero, ho odiato questo film. L'ho odiato come si odia un fratello minore che rompe senza volerlo un oggetto a cui tu sei molto legato: sai che è sbagliato odiarlo, ma non puoi evitare di farlo, perché in quel momento ha spezzato delle corde emotive che avrebbe dovuto lasciare intatte. Lo stesso fa Nanni Moretti con la sua ultima pellicola, che racconta la storia di Margherita, una regista sempre indaffarata, che deve correre dal set del suo ultimo film all'ospedale dove è ricoverata la madre, barcamenandosi tra il suo ultimo ex-fidanzato con il quale la storia non ha funzionato e una figlia adolescente per la quale non sembra essere troppo presente. L'evento principale è, ovviamente, la malattia della madre e la sua futura annunciata morte, raccontato attraverso le emozioni che si scatenano nella protagonista, poiché conoscere questo futuro, drammatico evento la demolisce interiormente. Così Margherita ci riporta indietro in un passato confuso e plasmato dai suoi sensi di colpa, dal suo sentirsi impotente e disperata, dal non riuscire a fare nulla per migliorare le condizioni di quella che è stata la solida roccia di tutta la sua vita.
Ed io ero lei, Margherita, per tutto il tempo del film: impotente, fragile, insicuro, spaesato, solo. Ero anche Giovanni, il fratello maggiore di Margherita: abbastanza forte da abbracciare e confortare la sorella minore ma non abbastanza da non sentirsi anche lui turbato dalla situazione, fragile in modo diverso rispetto a Margherita. Ero anche, qualche volta, la piccola Livia, la figlia della protagonista, che trova nella nonna l'unica amica e confidente, in assenza di una madre sempre indaffarata che va presa a piccole dosi. La delicatezza della mano di un Moretti gentile e duro con i suoi personaggi trasporta lo spettatore fianco a fianco ad essi, trascinandolo in un vortice di emozioni da cui è difficile uscirne illesi. Certo, si può dare credito a chi decide di parlar male della pellicola, evidenziando i cliché, alcune soluzioni semplicistiche nella trama, un mancato approfondimento di certe tematiche che vengono solo accennate, ma dove condurrebbe tutto ciò? A che serve tutto questo quando sappiamo che nostra madre sta morendo? La precisione di Moretti di suggerire anziché spiegare, di emozionare in maniera naturale anziché costringere lo spettatore a piangere, di cercare la naturalezza dei rapporti anziché ricrearli artificialmente con gli attori; tutto questo destabilizza e scuote chi ha intenzione di andare al cinema e lasciare che le immagini parlino dallo schermo senza nessun tipo di filtro eccessivo, senza che la finzione sovrasti la credibilità di quello a cui si sta assistendo. E io mi sono sentito parte di quella famiglia, mi sono sentito rappresentato da ognuno di loro, ho condiviso il loro dolore come se fosse il mio, ho sentito tutto il dramma che Moretti voleva trasmettere e ho pianto forse anche più di Margherita. Se c'è qualcosa che mi ha leggermente, ma poco, infastidito, è stato il momento finale, in cui i vecchi studenti dell'anziana defunta la ricordano con passione: ma che a dire quelle parole di circostanza e conforto siano stati dei personaggi di contorno poco importanti per l'economia del film è rincuorante, e che il luogo in cui vengono dette non sia la classica chiesa allestita a funerale è una scelta perfetta. Ma tutto quello che avete appena letto è superfluo e privo di senso di fronte allo sconforto emotivo che mi ha lasciato la visione di Mia madre, un film che ho odiato proprio perché ha messo in discussione tutte le mie fragilità di cui non ero a conoscenza, palesandole sullo schermo. Se questo non è cinema mi domando cosa lo sia.

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